Donne e biciclette, un amore lungo più di 140 anni

Donne e biciclette, un amore lungo più di 140 anni

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In occasione dell’evento Donne e mobilità, in programma a Bologna il 20 gennaio 2026, vogliamo raccontare la storia del rapporto tra donne e biciclette, intrecciando dinamiche di genere, di costume e di mobilità, ripercorrendo un amore nato più di 140 anni fa e rinnovato costantemente in ogni epoca.

La bicicletta moderna, cioè la safety bicycle che assomiglia al mezzo che usiamo oggi (due ruote della stessa dimensione, telaio triangolare, trasmissione a catena collegata al mozzo della ruota posteriore), è stata inventata nel 1884 dall’ingegnere britannico John Kemp Starley, con una soluzione che superava le prestazioni dei velocipedi, che avevano pedali attaccati al mozzo della ruota anteriore, leggermente più grande di quella posteriore. Il velocipede aveva riscosso interesse in Francia, c’erano state a Parigi addirittura gare femminili, senza però diventare un oggetto di uso comune; la nuova bicicletta invece si impone rapidamente perché molto efficiente e facile da utilizzare in tutte le condizioni.

Già intorno al 1890 negli USA si producono oltre 1 milione di biciclette l’anno. In Europa si hanno cifre analoghe. In Italia, con Bianchi e altri produttori emergenti, la produzione cresce rapidamente e si diffonde l’uso urbano della bicicletta. Un altro elemento fondamentale per il successo della bicicletta è l’invenzione del pneumatico: prima Dunlop (1888) e poi il copertone Michelin (1891). Con la produzione industriale i prezzi scendono rapidamente e la bicicletta diventa un mezzo quotidiano di spostamento e di intrattenimento sportivo per un crescente numero di uomini e donne, portando alla creazione di club ciclistici e alle prime gare competitive.

I modelli senza canna centrale vengono incontro alle esigenze delle donne di pedalare con la gonna ma pesanti pregiudizi vorrebbero limitarne l’uso. E così, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, in Europa e negli Stati Uniti la bicicletta diventa un simbolo di libertà femminile, non solo perché permette alle donne di muoversi senza accompagnatore, ma perché mette in discussione l’idea che la donna sia fisicamente fragile e dipendente dall’uomo. La libertà di movimento inoltre consente alle donne lavoratrici di trovare impieghi migliori allontanandosi da casa e di conquistare la propria autonomia economica. Per pedalare, però, le donne devono abbandonare le pesanti sottane per indossarne di più leggere e corte come le gonne-pantalone, o addirittura gli “scandalosi” pantaloni alla zuava, e buttare alle ortiche i soffocanti corsetti.

Una rivoluzione in piena regola che va di pari passo con il movimento delle suffragette che in Inghilterra e negli Stati Uniti lotta per il voto alle donne.  Non a caso, Susan B. Anthony — leader delle suffragette americane — dichiara che la bicicletta aveva “fatto più per l’emancipazione delle donne di qualsiasi altra cosa al mondo”. Oltre ad essere un simbolo potente di emancipazione, la bicicletta è anche un utilissimo mezzo di diffusione di persone e idee, consentendo alle attiviste di raggiungere più facilmente le manifestazioni o perfino fuggire dagli attacchi della polizia. La stampa conservatrice si scaglia inutilmente contro queste “scandalose” libertine, che osano mostrare caviglie e polpacci, e viene addirittura ipotizzato che l’uso della bicicletta comprometta le fertilità delle donne ma… nulla arresta la marcia delle cicliste. Frances Willard, che dal 1879 fino alla morte è la presidente della Woman’s Christian Temperance Union (WCTU), la più grande organizzazione femminile americana del suo tempo, non si fa intimidire: impara a pedalare a 53 anni e scrive A Wheel Within a Wheel, un manifesto sull’emancipazione delle donne attraverso la bicicletta.

Il perché la bicicletta riscuota tanto successo è sintetizzato in questa descrizione scritta da Severine, giornalista de La Fronde e attivista, nel 1899: “La passeggiata in bicicletta è senza dubbio uno degli esercizi intellettuali migliori che si possano immaginare. La strada si stende come una pagina bianca, dove il pensiero scorre mentre le idee sfilano senza sosta nel paesaggio. L’aria frizzante colpisce il viso, accrescendo la pienezza del senso di esistere, con una sensazione di evasione e di libertà”.

Numerose donne raccolgono la sfida e si lanciano in bici alla conquista della libertà.  Già nel 1897 a Berlino la giornalista Amelie Rother scrive in un articolo: “Fino a dieci anni fa nessuna donna rispettabile che sperasse in un buon matrimonio sarebbe salita su una bicicletta. Oggi ce ne sono a migliaia che sfrecciano ovunque”. Tra le pioniere americane bisogna ricordare Annie Londonderry, che a cavallo tra il 1894 e 1895 compie il giro del mondo in bicicletta. Partita da Boston con una bicicletta da 20 kg e pochissimi soldi, Annie si finanzia vendendo spazi pubblicitari sulla sua bici e raccontando le sue imprese ai giornali. E non possiamo dimenticare Kittie Knox, giovane sartina, appassionata ciclista afroamericana, iscritta nel 1897 alla American League of Wheelmen (la lega ciclistica), solo per venirne esclusa l’anno successivo, quando un cambio di statuto esclude i membri di colore dal club. Kittie, allora, inscena una coraggiosa protesta davanti alla sede. Oppure le cicliste britanniche dei Clarion Clubs, che nel decennio di fine secolo con le loro bici partecipano a gite e dibattiti politici, occupando uno spazio pubblico mai fino ad allora aperto alle donne.

Ma il fenomeno non riguarda solo l’occidente. In Cina tra la fine XIX e gli inizi XX secolo a Shanghai, Tianjin e Pechino si iniziano a vedere studentesse delle scuole missionarie, donne dell’élite urbana o straniere pedalare per le strade con reazioni contrastanti nella società: curiosità, ammirazione, ma anche critiche per la “perdita di decoro”. Con il Movimento del Quattro Maggio (1919) e la diffusione delle idee femministe e nazionaliste, la bicicletta diventa un emblema della modernità e le riviste progressiste celebrano la ciclista come donna istruita, autonoma, moderna ed atletica. Con la rivoluzione comunista la bicicletta diventa un simbolo dell’uguaglianza socialista del Paese e assume un ruolo fondamentale per la mobilità delle masse operaie e delle donne, tanto da farne “l’Impero delle biciclette”, con intere città progettate attorno alle piste ciclabili.

Intanto, alla fine del diciannovesimo secolo in Europa si cominciano a organizzare gare femminili, con cicliste che guadagnano cachet elevati grazie alla loro popolarità. Sono proprio queste donne, atletiche e determinate, a raccogliere negli anni la sfida della parità di genere nello sport, come: Elise Raymonde Deroche per cui la bicicletta è “palestra di libertà”, preludio alla carriera aeronautica; Marie Marvingt, ciclista, alpinista, aviatrice, pioniera della medicina d’urgenza che correva nelle gare maschili, spesso con risultati migliori di molti uomini; Hélène Dutrieu, belga, prima Campionessa mondiale di ciclismo nel 1896, diventata poi anche lei aviatrice; Alfonsina Strada, prima ed unica donna a partecipare ad un Giro d’Italia maschile, nel 1924, seguita da un folto gruppo di fan nonostante l’ostracismo degli organizzatori e degli altri corridori.

Né possiamo dimenticare le tante staffette della resistenza nell’Europa occupata dai nazisti: donne coraggiose che utilizzano la bici, unico mezzo disponibile visto il razionamento della benzina e i controlli stradali sui mezzi motorizzati, per recapitare messaggi e assicurare supporto logistico ai partigiani. In Italia, dopo la guerra e negli anni della ricostruzione, la bici continua ad essere associata all’emancipazione della donna, tant’è che viene addirittura girato nel 1951 il film “Bellezze in bicicletta” con una canzone omonima che entra prepotentemente nella cultura popolare. Il Paese, in cui le donne finalmente hanno conquistato il voto, si avvia ad uscire dall’arretratezza economica e culturale anche grazie al contributo del lavoro femminile al boom economico.

Nello sport sarà una belga, Yvonne Reynders, quattro volte campionessa mondiale di ciclismo su strada tra il 1959 e il 1966, a favorire la diffusione del ciclismo femminile e la creazione del Tour de France femminile (rilanciato nel 2022 dopo varie edizioni a singhiozzo di cui la prima, sperimentale, addirittura nel 1955). Recentemente, l’esigenza di promuovere la mobilità sostenibile sta portando in auge il cicloturismo, rispolverando in chiave ecologista l’amore delle donne per le due ruote a pedali.

Flavia Corsano

Ufficio stampa AMODO

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