La mobilità sostenibile resta la soluzione anche in tempi di coronavirus

La mobilità sostenibile resta la soluzione anche in tempi di coronavirus

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di Massimo Ferrari, presidente UTP e membro di AMODO

Come usciremo dalla pandemia e come ci muoveremo dopo l’emergenza covid19? Molti esperti, istituzioni ed associazioni stanno discutendo e facendo proposte sulla mobilità e gli spostamenti sia per la fase due e guardando anche più avanti ai prossimi mesi ed anni, con molte incertezze e preoccupazioni.

Di questi tempi intere flotte aeree sono ferme a terra, gigantesche navi da crociera divenute lazzaretti galleggianti, treni a lungo percorso ridotti al lumicino (nove Freccia rossa ed una sola coppia di Italo in circolazione!), passeggeri dei mezzi urbani crollati del 90 per cento, milioni di persone segregate in casa. O quasi.

Eppure le città non sono mai state così belle e ordinate. La circolazione veicolare è ridotta, al punto che si possono attraversare grandi viali a passo lento senza neppure guardare il colore del semaforo (e in assenza di vigili, intenti a scovare qualche solitario runner nei parchi).

Tram e filobus (vuoti, ma non del tutto!) che si spostano con una regolarità e puntualità eccezionale.

Potrebbe essere una lezione magistrale per sindaci ed assessori. La dimostrazione tangibile di come funzionerebbe meglio il trasporto pubblico, se adeguatamente protetto dal traffico veicolare. Peccato che sindaci ed assessori siano concentrati altrove (nella tutela della salute, si spera; o nelle solite beghe politiche, si teme).

Eppure anche questo sarebbe un buon punto di partenza per organizzare il dopo. Osservando con attenzione quello che funziona e meditando su ciò che non ha funzionato. Da troppo tempo.

Il rischio del rilancio dell’automobile?

C’è chi pronostica come, alla ripresa delle attività, i più sceglieranno di spostarsi in auto, moltiplicando così gli ingorghi e l’inquinamento atmosferico (probabilmente corresponsabile di molte crisi polmonari).

Ciò sarà forse inevitabile nel breve periodo, tenuto conto del distanziamento imposto su metropolitane e bus e dalla sensazione di maggior sicurezza offerta dal mezzo individuale. Su questo insistono anche certi virologi, che invitano espressamente a privilegiare gli spostamenti in auto, incapaci di analizzare tutte le implicazioni di un problema complesso.

E naturalmente rialzano la testa certi avversari inossidabili: Geronimo La Russa – un nome che è una garanzia – presidente dell’Aci milanese, invita il sindaco Sala a liberalizzare gli accessi motorizzati in centro. Parcheggio selvaggio anche in piazza Duomo?

Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, se la prende con la giunta di centro destra della sua Piacenza, rea di non distanziarsi dalle scelte viabilistiche delle amministrazioni “comuniste”, ed invita a “mettere da parte il trasporto pubblico”. Tra l’altro questi signori non rendono un buon servizio ai ceti benestanti che credono di rappresentare.

Non hanno ancora capito che l’uso dell’auto può essere un vantaggio ed un piacere fin che è di pochi, diventa un incubo quando è una scelta di massa.

Tuttavia si può ipotizzare che, alla riapertura delle attività, il numero degli spostamenti in città e fuori sarà ancora contenuto, complice il perdurare della sospensione delle lezioni scolastiche ed universitarie. Più traffico in strada, ma scorrevole; pochi utenti sui mezzi, ma più comodi e in un ambiente sanificato. Sarebbe già un gran risultato.

Lenta la ripresa del turismo nella prossima stagione estiva. Probabilmente, spostamenti solo in Italia (complici la chiusura delle frontiere e la possibile quarantena imposta a chi varca i confini). E riscoperta dell’escursionismo di prossimità.

a ancora una volta prevalentemente in auto, visto che i treni accoglieranno soprattutto i pendolari e non è facile ipotizzare un utilizzo generalizzato della bici per chi, dopo una decina di chilometri, è già sopraffatto dalla stanchezza.

Fin qui, potremmo anche archiviare una stagione sfortunatissima (tra l’altro proprio il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno dedicato al treno turistico), ma anche difficilmente replicabile.

L’importante è capire quello che succederà dopo, diciamo da settembre in avanti, quando la pandemia sarà finita, come speriamo, o tenuta sotto controllo, come è avvenuto per altre in passato. O quando – e qui facciamo gli scongiuri – saremo alle prese con problemi tali (povertà di massa, delinquenza diffusa, crollo delle già deboli istituzioni pubbliche) da mettere in secondo piano i rischi sanitari.

Ci sono solo due modi sicuri per fare una previsione. Il primo consiste nel parlare di qualcosa che è già accaduto, come fanno gli economisti, infallibili nell’indovinare il passato. Il secondo è prevedere quanto accadrà tra dieci anni. Ossia, quando nessuno si ricorderà più delle cantonate in cui siamo incorsi.

Investire sul trasporto collettivo resta essenziale per migliorare il servizio

Qualcuno teme un ritorno alla grande dell’automobile come soluzione a tutti i problemi di mobilità. Certe pubblicità già comparse sulla stampa, che mettono in risalto la maggiore sicurezza dell’auto rispetto a treni e bus sovraffollati, vanno sicuramente in questo senso. Ma possono essere anche il sintomo di un settore in forte difficoltà.

Il mercato dell’auto si è dimezzato in Europa, in Italia è crollato dell’80 per cento. Se i produttori rinunciano al “politicamente corretto” – e tornano ad attaccare il trasporto pubblico come negli anni Cinquanta, quando volevano conquistare con ogni mezzo il mercato della mobilità – è perché sentono l’acqua alla gola. E non è detto che i consumatori impoveriti abbiano poi molte risorse da dedicare al rinnovo del loro parco mezzi.

Certo, però, che le isteriche campagne d’allarme lanciate ogni giorno per settimane (“chiudersi in casa ed evitare luoghi affollati”, lasciando scorrere sullo schermo vecchie riprese di treni presi d’assalto), anche per stendere un pietoso velo sul collasso del sistema sanitario e delle Rsa, possono aver lasciato un segno profondo nel sentimento collettivo.

E ciò potrebbe indubbiamente riportare il caos nelle strade, con il ricorso selvaggio al mezzo individuale. Da questa situazione sarebbero travolte tutte le altre forme di mobilità alternativa.

Non solo tram e bus paralizzati negli ingorghi, ma anche ciclisti e pedoni costretti a respirare i fumi di scappamento tra marciapiedi e ciclovie invasi da veicoli in sosta. Senza contare l’eclissi della share economy, visto che pochi sarebbero disposti a noleggiare o condividere veicoli utilizzati poco prima da sconosciuti. Uno scenario da incubo.

Non è detto che vada così. I vettori che possono sfruttare itinerari separati dal traffico viario (segnatamente i treni e le metropolitane, ma anche i mezzi pubblici in superficie realmente protetti e le ciclopiste davvero separate) emergerebbero con evidenza come un’alternativa vincente.

Difficile tornare in auto per andare da Milano a Roma in otto o dieci ore e non rimpiangere subito un treno che di ore ce ne mette tre. Idem per raggiungere il centro storico imbottigliato, quando in metropolitana si arriva mezz’ora prima.

In una fase transitoria gli utenti fedeli alla rotaia ed alla bici potrebbero anche prendersi qualche soddisfazione sui concittadini ancora condizionati dalla paura del virus e rinchiusi nelle proprie scatolette metalliche: viaggerebbero più comodi e veloci in ambienti relativamente tranquilli.

Poi tutto tornerebbe come prima e si ricomporrebbe l’equilibrio tra le diverse forme di mobilità, per cui, alla fine, si finisce col preferire il mezzo più conveniente in fatto di tempi e di costi, secondo una micro analisi costi/benefici che ognuno di noi nel tempo ha elaborato.

Perché non avvenga il tracollo della mobilità collettiva, bisogna però che le imprese di trasporto non cedano alla tentazione di risparmiare sui costi operativi, anche in presenza di clientela ridotta, riducendo le frequenze o sostituendo treni con bus e peggiorando così stabilmente l’offerta. In ciò dovrebbero essere ovviamente sostenute finanziariamente dalle istituzioni nazionali e locali, Sempre che le stesse non finiscano con l’essere a loro volta travolte dalla crisi.

Ma in questo momento le preoccupazioni di bilancio dovrebbero cedere il passo all’interesse di tutelare il diritto alla mobilità sostenibile ed il diritto alla salute. “Whatever it takes” o, senza ricorrere ad una lingua ormai evaporata dall’Unione Europea, “costi quel che costi”.

A più lungo termine, occorre che gli investimenti nell’ammodernamento e nel potenziamento del trasporto pubblico proseguano. E pensiamo soprattutto al trasporto su rotaia, l’unico davvero in grado di competere e vincere la sfida con l’auto individuale.